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Culture a confronto: sono più le cose che ci dividono o quelle che ci rendono simili?
November 6, 2018

Culture a confronto: sono più le cose che ci dividono o quelle che ci rendono simili?

Le avventure e i dubbi di uno Strategic Planner tra Bucarest e Milano.

di Emanuel Olteanu

Dave Trott una volta disse: “La strategia non consiste sempre nell’aggiungere qualcosa. La strategia sta nel sottrarre. Nel togliere tutto fino a lasciare una cosa. Un unico e potente pensiero”. Io credo che la responsabilità più grande di uno Strategic Planner all’interno di un’agenzia pubblicitaria sia quella di ispirare i creativi, di potenziare il loro pensiero e guidarli poi sulla strada giusta, rendendo loro il più chiaro possibile il percorso e il progetto. Ma come fai a farlo quando sei uno strategist che proviene da un Paese e una cultura differenti? Sarò in grado di capire la cultura italiana? Riuscirò a capire i bisogni dei creativi? Potrò ispirarli? Queste sono solo alcune delle domande che mi facevo. Le risposte che mi sono dato? Sì, sì e sì!

La realtà è che ci sono delle differenze tra noi. Anche se a mio pare posso essere considerate come insignificanti. Prima di venire qui credevo che gli italiani fossero nazionalisti. Poi ho scoperto che loro non lo pensano di sé. Anzi. Pensano che siano i francesi quelli ad essere nazionalisti. Questo accade perché a volte facciamo schifosi confronti ignoranti che poi diventano meri stereotipi, confronti basati solo su conoscenze pregresse, su semplici assunzioni. Vedete? Alla fine anche gli Strategic Planner sono umani!
Vi faccio un esempio: può capitare che i brand che scelgo come rappresentativi di determinate audience vengano percepiti come riferimenti deboli dai miei colleghi italiani. Ma non lo sono. La realtà è che siamo stati esposti a essi in modo differente – a causa della diversa popolarità che hanno avuto nelle nostre culture nel corso degli anni – e la relazione che abbiamo intrecciato con loro e i significati che abbiamo dato loro sono, di conseguenza, differenti.

Culture a confronto: sono più le cose che ci dividono o quelle che ci rendono simili?

Ma alla fine, nonostante queste e altre differenze che ci separano, ho scoperto che sono di più le cose che ci uniscono e ci rendono più simili di quanto crediamo. Infatti, abbiamo gli stessi bisogni e gli stessi desideri. Condividiamo le stesse paure e anche gli stessi pregiudizi. Credo che la maggior parte delle nostre somiglianze, specialmente quelle digitali, siano la causa della globalizzazione e del suo sottoprodotto – l’uniformità. L’accesso alle informazioni e ai social media è quello che ci rende sempre più simili: ecco perché due persone provenienti da diversi Paesi ed esposte alle stesse informazioni, tendenze e comunicazioni, sviluppano, alla fine, elementi comuni seppur rimanendo distanti. Basta guardare i profili Instagram di un americano, un italiano e un rumeno con background simili per vedere che – anche se il cibo nel piatto, i luoghi in cui sono state scattate le foto e forse lo stile delle persone potrebbero essere diversi – alla fine, l’essenza è la stessa: cibo, location e moda. Questo significa quindi che non solo il contenuto è sempre lo stesso, ma sopratutto che il comportamento digitale resta invariato.

Culture a confronto: sono più le cose che ci dividono o quelle che ci rendono simili?

È anche vero che, al giorno d’oggi, viviamo in un mondo in cui non combattiamo più solo cause locali. Oggi le persone sono ben consapevoli dei principali problemi del pianeta e hanno addirittura iniziato a combattere le stesse battaglie: i diritti umani, la politica internazionale e la responsabilità sociale sono solo alcune di queste. Questo mi porta a dire che sembra che l’attenzione delle persone si sia spostata da una prospettiva molto locale a una molto più ampia. In conclusione – più o meno come il confronto appena fatto sui profili Instagram dell’americano, dell’italiano e del rumeno – potrebbero sì esserci differenze superficiali tra differenti culture, ma alla fine l’essenza rimane la stessa. Ed è questo che oggi consente a uno come me, uno Strategic Planner straniero, di avere la piena comprensione di un contesto come questo: completamente nuovo ma, allo stesso tempo, molto familiare.