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Un trucchetto che ti cambierà la vita.
November 29, 2017

Un trucchetto che ti cambierà la vita.

O di come è già cambiata, un click dopo l’altro.

di Lorenzo Gramatica

Se pensavi davvero che un articolo su questo blog potesse cambiarti la vita, sei proprio un fesso. Se poi hai cliccato proprio perché eri sicuro che quella promessa fosse impossibile da mantenere, anche peggio: mi hai solo regalato un click.

La senti la pernacchia che ti sto facendo? Non t’offendere, butta male per me: è stato dimostrato da un’equipe dell’università di Quito che farle, accorcia la vita, soprattutto in ambienti poco raccomandabili. Per scoprire se è vero oppure no, dovresti seguire questo link: https://giphy.com/gifs/online-dating-cr9vIO7NsP5cY

Non ti colpevolizzare, in entrambi i casi non è colpa tua. Chiunque lo avrebbe fatto. Quella del clickbaiting non è una novità, anzi, però non ce ne rendiamo più conto, tanto la pratica è integrata nel nostro quotidiano.

Di clickbait, informazione online e tempo buttato.

E poi, perché dovremmo farci caso: le giornate sono già abbastanza faticose, anche senza abbracciare battaglie che sembrano sfuggire alla nostra portata, rizzando le antenne del nostro senso critico continuamente.

Ripetere che “il medium è il messaggio” sarà anche roba da matricole d’accademia di comunicazione, ma è vero che da quando le news sono approdate online, si è imposto il “clickbaiting”, una mutazione della “tabloidization”.

Se il primo si riferisce a contenuti che hanno come scopo primario quello di attrarre attenzione e invitare i visitatori a cliccare sul link di una particolare pagina, per “tabloidizazion” s’intende quello spostamento dei quotidiani, dalle notizie di politica e affari esteri ed economici, alla sfera scintillante della cronaca rosa.

Una “metamorfosi” editoriale, dove anche temi impegnativi si sporcano stilisticamente del linguaggio del gossip e una notizia più “istituzionale” trova il suo naturale completamento nella scomposizione infinitesimale delle parti paratestuali che vanno a comporla- “La ragazza del serial killer e il suo bikini ‘mozzafiato’”, lo sbadiglio di Matteo Renzi a questo o quel summit, etc.

Un trucchetto che ti cambierà la vita.

Per la contro-informazione, clicca qui.

Il problema dello “stupidiario” che è la colonna destra dei quotidiani online, non sono le soubrette o le cugine delle amiche della sorella del personaggio noto che coccolano gattini, perché di quelle non se ne ha mai a basta, ma il fatto che le “hard news” (politica, economia, cronaca giudiziaria, scienze) finiscano per essere rimpiazzate da quelle soft o contaminate nel tono fino a diventarlo perché più redditizie per l’editore, e poi di “hard” rimane solo il membro del lettore, ché, appunto, di cugine delle amiche della sorella del personaggio famoso di turno, non ci si stuferebbe mai. Sono contenuti che ci sono molto familiari, li divoriamo ogni giorno, anche quando siamo vicini al ruttino da indigestione, perché sovraesposti a una quantità tale da rendere inappetente anche il più bulimico dei lettori. 

Mai nella storia siamo stati esposti a così tante notizie, a così tanti articoli d’opinione. E mai prima d’ora, siamo stati presi così spesso per il naso, o per il culo, visto che è più facile accada, statisticamente, quando poggiamo quest’ultimo sulla sedia dell’ufficio, facili prede della noia.

Una notizia che si regge in piedi da sola rischia di sbattere al suolo, impallinata da decine di contenuti farlocchi, che poi è il meccanismo dell’“argomentum ad ignoriantiam”, ovvero un trick di logica da balera che implica che una premessa sia vera o errata finché non è provato il contrario: una falsa dicotomia che funziona sempre. Anche per smentire l’Olocausto: abbiamo immagini delle docce e dei prigionieri, ma chi le ha viste quelle dei prigionieri che agonizzano nelle docce? 0-0 per gli stronzi e palla al centro del campo, piatto come immaginano la Terra.

L’esigenza di verità viene sostituita dalla compulsività del click; la volontà di penetrare un argomento si piega a logiche viscerali, emotive e a furia di leggere e commentare tutto con gli “occhi del cuore”- o con organi che stanno sotto l’equatore- poi succede che i grandi quotidiani integrino il “mood meter” per commentare le notizie.

Infatti, emerge da una ricerca di Guerini e Staiano (1), che emozioni come “felicità” e “rabbia” invoglino l’utente al commento, mentre quelle più facili da addomesticare come “l’ispirazione”, portino al like e poi a cercarne subito un’altra. Quando il cuore dorme, ci pensa la bile a svegliarlo a coltellate e i quotidiani online a spargere smiley sulla ferita. Quando va bene, la reazione è quella di alzare gli occhi al cielo e scrollarsi qualcos’altro insieme alla timeline; quando va male- e va malissimo- il clickbaiting si fa braccio armato e slabbrato delle “fake-news”.

Una confusione che fa comodo.

La “contro-informazione”- nel senso di “contraria all’integrità che ci aspetteremmo da una fonte d’informazione autorevole”, tutto ma non “accounts of reality”- i suoi legami con i social network e la “sottocultura meme” sono argomenti così vasti e ramificati da non potersi esaurire qui, in poche righe, sia per la casistica già sterminata, sia per il peso che avranno sugli scenari che s’intravedono all’orizzonte, che sia Putin o figli di.

Quando si fa del relativismo di gente impreparata ma scaltra una nuova forma di oggettività, i risultati sono facilmente intuibili; un’impepata di cozze e rabbia e allora tocca cercare di risalire alla fonte come salmoni transgenici serviti in tavola da quei cattivoni senza scrupoli del gruppo Bilderberg.

Tra contenuti usa, getta e vomita, ci si chiede se è nato prima l’uovo, o se la gallina scema è stata portata dai russi, magari a bordo di un’astronave alimentata a energie rinnovabili che i potenti proprio non vogliono tu possa un giorno guidare. Fuor di metafora: il nostro grado di attenzione s’è abbassato a causa dell’immersione quotidiana in un mare inquinato da troppi contenuti o viceversa stiamo diventando lettori meno attenti, meno critici, più svogliati?

In un saggetto divulgativo di qualche anno fa, “The Shallows- what the internet is doing to our brains” (2), Nicholas Carr paragona i lettori nell’”internet age” a turisti da meta esotica, che preferiscono fare snorkeling a pelo d’acqua e saltellare da un pesce all’altro, piuttosto che andare a fondo e fare “deep immersion” fino a comprendere tutte le sfumature di un argomento. Siamo cambiati: la natura del mezzo e quella umana, fatta di curiosità, si sono accavallate e cercare di sgrovigliare quella che è ormai una forma mentis, è molto difficile.

Certo, possiamo riconoscerlo, un “clickbait”: ci sono “pattern” linguistici ricorrenti, quel pathos da coito interrotto, pronomi mozzati, superlativi grattugiati l’uno sull’altro, reverse narrativo, immagini sensazionalistiche che gridano allo stesso volume del titolo, ma senza comunicarci. Ma poi, ci caschiamo e che i temi più pesanti finiscano per essere maciullati in questo tritacarne, diventando poltiglia facile da ingoiare e rigettare sulla tastiera, non sempre ci dispiace così tanto; siamo liberi dall’obbligo di comprendere tutto, finalmente autorizzati a dire la nostra più volte al giorno, di condividere meme di meme di meme come fossimo la Fulvia di Guzzanti. Perché nella confusione più totale, uno vale uno, un parere autorevole come un commento becero.

Un trucchetto che ti cambierà la vita.

La responsabilità del lettore.

Se informazione e pubblicità si uniscono in matrimonio e appiccicano sul citofono l’etichetta “Infotainment”, una proposta, talmente modesta da rischiare di venire bullizzata all’università delle idee, sarebbe quella di essere più responsabili come lettori, perché chi conosce le regole e le conseguenze della loro attuazione, ha una responsabilità, anche piccola. Da lettori consapevoli a produttori di contenuti più accorti, il passo è breve.

Per chi fa questo lavoro, smettere di fare il solletico alla pancia pelosa del web, cercare di non attaccarsi al Frecciarossa dell’Instant Marketing in modo scemo, potrebbe anche non essere male, mica solo per senso di responsabilità, etica o discorsoni da direttori creativi di multinazionale che predicano bene e poi razzolano malissimo; ma perché la prossima fermata, potrebbe essere indifferentemente “rabbia”, “noia”, “indignazione” e a prenderla nel tunnel, indovinate chi?

(1) http://www.linkiesta.it/it/article/2015/03/28/la-scienza-delle-notizie-virali/25252/

(2) https://books.google.it/books/about/The_Shallows.html?id=9-8jnjgYrgYC&redir_esc=y